Diario di bordo /4. Se le ragazze non hanno stima di sé…

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In occasione della giornata nazionale della salute della Donna (22 aprile), l’associazione Donne in Neuroscienze, di cui è responsabile la dottoressa Marina Rizzo, ha organizzato una mattinata di riflessione sull’Educazione alla salute degli adolescenti con attenzione alle differenze di genere. La tavola rotonda conclusiva, nella quale sono stata invitata a intervenire, era incentrata sulla Percezione soggettiva del benessere fisico, emotivo e sociale della giovane donna. Nel preparare il mio intervento mi sono imbattuta in uno studio molto interessante, chiamato HBSC (Healt Beahviour in School-aged Children, ossia Comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare): si tratta di uno studio internazionale, svolto ogni 4 anni in collaborazione con l’OMS, che indaga su un vasto campione di alunni di 11, 13, 15 anni di età. http://www.hbsc.unito.it/it/

Tra i risultati più importanti di questa indagine, emerge il dato che le ragazze hanno una percezione decisamente peggiore sia della propria salute sia della propria autostima rispetto ai coetanei maschi. Come si rileva nelle conclusioni del report nazionale, “in questo rapporto descrittivo non è possibile spingersi oltre nella ricerca delle cause del maggiore disagio espresso dalle ragazze: è però importante segnalare come ormai in molte riviste e congressi internazionali le influenze del genere sulla salute comincino ad essere al centro dell’attenzione. Osservare, già nell’età dello sviluppo, uno svantaggio legato al genere femminile conferma la necessità di includere l’attenzione al genere anche nelle politiche rivolte ai giovani e alla loro salute“. http://www.hbsc.unito.it/it/index.php/pubblicazioni/reportnnazionali.html

Da ultimogenita di quattro figlie femmine, da insegnante e da madre di due bambine, mi sento colpita profondamente da queste evidenze statistiche, e nel mio vissuto posso dire che molto del disagio che ho provato e ho constatato nelle altre donne, è legato alle aspettative nel ruolo di cura nei confronti altrui, ai sensi di colpa nel non riuscire a prendersi cura dell’altro. Nella mia vita ho sempre ricevuto grandi apprezzamenti per le mie capacità empatiche, ma al contempo ho subìto la rabbia di chi, persona amica o genitore di un amico/a, si sentiva “tradito” da me quando non dimostravo la disponibilità (magari perché non ne avevo le energie) per prendermi cura dell’altro. Anche le nostre classi fanno sovente da cassa di risonanza per dinamiche simili: più o meno consapevolmente, infatti, noi insegnanti deleghiamo alle alunne la cura del compagno più turbolento che spesso è anche quello rimasto più “indietro” nei risultati scolastici. E nel gioco del voto in condotta ci viene facile premiare la ragazzina silenziosa e passiva piuttosto che il compagno più vivace e rumoroso. E se il ragazzo va diventando più libero di esprimersi e di dominare il mondo, la ragazza acquisisce invece un senso generale di debolezza collegato in qualche modo all’appartenenza al genere femminile. Gli studi preziosi che ho citato meritano approfondimenti attenti, ma come madre (e come insegnante) sto imparando che una delle sfide più importanti sarà educare le nostre ragazze alla gestione sana della propria aggressività, di quella che la Bibbia chiama “la bestia accovacciata davanti al cuore”. Un’aggressività che non va repressa (pena magari un colon irritabile dall’età di 19 anni come il mio!), ma canalizzata in grinta, passione e assertività, che potranno permettere alle piccole donne di oggi di diventare le future guide di domani. Senza scimmiottare la leadership dei maschi, ma trovando la propria cifra di “comando”: possibilmente uno stile nuovo, fatto di condivisione, collaborazione, obiettivi comuni da perseguire insieme, proprio come ho sentito dire alle appassionate (e felici!) scienziate che lavorano al CERN di Ginevra

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